Ma tuo figlio dorme?

Ma tuo figlio dorme? In genere questa è la prima domanda che si fa ai genitori di un figlio piccolo. La seconda domanda poi riguarda il fatto che mangi …

In effetti due sono le funzioni essenziali che il neonato deve padroneggiare per sopravvivere: l’appetito e il sonno. Si tratta di processi elementari, fortemente strutturati nel DNA di ciascuno, ma la disposizione a prendere sonno preferibilmente nelle ore notturne costituisce un vero  e proprio apprendimento. Nella cultura occidentale è comune l’idea che i bambini piccoli debbano dormire tutta la notte senza risvegli. La conseguenza di questa asserzione, peraltro errata, è che i genitori ed i bambini vengono colpevolizzati se ciò non avviene.

 

Per cercare di ottenere ciò, si sono diffusi metodi di vario tipo ma la scienza evidenzia che il sonno differisce da bambino a bambino. Esserne consapevoli fa sì che  si adottino delle routine e degli atteggiamenti legati al sonno il più possibile in linea con i bisogni dei singoli bambini. 

E’ fondamentale ricordare che in questo periodo bisogna dormire come il bimbo ad intervalli, sia di giorno che di notte, infatti è anche  per questo che il ciclo del sonno della mamma si modifica. Infine è importante sapere che se c’e’ un periodo regolare in cui dorme anche se seguito da frequenti risvegli, regolari anch’essi, significa che siamo in presenza di un ritmo fisiologico e non c’e’ un disturbo del sonno.

 

Per dormire occorre “lasciarsi andare”; lo stato di vigilanza deve farsi da parte e essere sostituito da uno stato di abbandono passivo. Per quanto geneticamente dotato dell’apparecchiatura neurologica che presiede al sonno il lattante ha bisogno di essere aiutato in questo compito. La fiducia ed il legame che il bambino sviluppa con gli adulti che si occupano di lui nella vita diurna è sicuramente una buona base perché questo processo di abbandono avvenga. Si riesce ad addormentarsi solo se ci sente protetti e in luogo sicuro, e il luogo più sicuro per un bambino molto piccolo è vicino alla propria madre.

 

Il lattante non sa ancora dormire nel senso pieno del termine perché per lui non esiste una demarcazione chiara e definita fra veglia e sonno e perché la fame lo sveglia ancora molto di frequente. A partire dal 7°-9° mese di vita poi il bambino riconosce e individua un adulto specifico come figura di attaccamento. Il bambino quindi monitorizza la distanza dal care giver e cerca attivamente di tenerlo vicino. La percezione della separazione (presente o possibile) produce, in quanto tale, intense emozioni di paura e ansia e la vicinanza, invece, induce tranquillità. In questo periodo i risvegli fisiologici completi sono caratterizzati dal richiamo del bimbo. Ricordiamoci inoltre che chi addormenta trasmette al piccolo il suo stato e se è calmo potrà comunicare il messaggio rassicurante che si può dormire tranquilli. Intorno all’anno l’abbraccio, il biberon o il ciuccio sono sostegni contro le paure insorgenti del buio e della solitudine. I sogni e le fantasie di paura che si sviluppano dal primo anno di vita inoltre possono costituire un forte  ostacolo per il sonno sereno. Per quanto i genitori inducano nel piccolo sensazioni ed emozioni confortanti, il bambino svilupperà naturalmente visioni di orchi, lupi, mostri e streghe con cui popolerà il suo immaginario e sarà necessaria molta pazienza per rassicurare il piccolo.

Per concludere possiamo dire che se il bambino avverte la forza preponderante dei vincoli “buoni”, il sonno arriverà presto. Questo non significa che il bambino non si sveglierà fino al mattino ma ciò verrà superato. C’è una sola cosa capace di chiudere le porte al sonno: l’insicurezza. La percezione  o  il  timore  di  un  pericolo  bloccano  il  sonno  perché  la  tutela  della sopravvivenza è il primo obiettivo della natura ed in questo caso essere svegli e vigili fa la differenza.

Carmen 

PsicoClick


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