Educare alle regole: si e no che fanno crescere

Educare alle regole, o meglio al rispetto delle regole, bambini “ribelli” sembra essere il tema educativo più sentito dai genitori moderni. E’ bene ricordarsi che dare regole risponde ad un principio educativo di organizzazione, i genitori cioè devono stabilire una serie di procedure che permettono ai bambini di sapere cosa fare, quando e come. La regola, soprattutto per i più piccoli, deve rispondere inizialmente a tre instanze (Caggio, Pinardi,2009):

 

Non farsi male

Non farsi far male 

Non far male

 

Questo tipo di educazione richiede tempo, un linguaggio comprensibile e rispettoso del bambino per cui deve essere accettabile e deve fondarsi su un legame solido. Nell’educazione infatti sia i sì che i no hanno un senso ed un’efficacia solo all’interno di un legame affettivamente significativo.

Esattamente come gli adulti i piccoli non faticano ad ascoltare e rispettare le decisioni che hanno un senso ed una loro coerenza interna, ma questo presuppone innanzitutto che i genitori abbiano ben chiaro su quali valori vogliono fondare la loro famiglia. Quando invece il riferimento alle conseguenze diventa un elemento costante della comunicazione il messaggio è vediamo se rispetti le conseguenze più di me. 

Il problema è che sempre di più gli adulti delegano la loro stabilità ed il loro star bene ai bambini e quindi non riescono ad affrontare la contrarietà del figlio. Nella frustrazione dei bambini invece è bene che i genitori non si immischino né consolando subito nè combattendola ma lasciando ai piccoli il tempo di elaborarla.  

Capita spesso di vedere alcuni atteggiamenti che non aiutano i bambini a imparare a rispettare le regole come ad esempio :

 

• Cercare un rapporto alla pari con i figli chiedendo la loro approvazione. In questo modo però si chiede loro di essere grandi anzitempo ed assumersi responsabilità che spettano invece ai genitori.

 

• Tentare di convincere: “Su restituisci il giocattolo, dai che sei bravo …”  ma il bambino non capirà le vostre parole perché vuole quella cosa e sta sperimentando il suo potere. Capirà il gesto, se glielo prendete, meglio delle parole. La spiegazione va fatta in un momento di calma, dopo, e non di conflitto.

 

• Punire e poi consolare: il bambino in questo modo si confonde e non capisce se ha fatto una cosa sbagliata o no, se può rifarla o no. Capisce che piange può ottenere quello che vuole da mamma e papà.

 

Un’area importante all’interno delle regole la merita la gestione dei comportamenti aggressivi, in questo ambito l’attenzione educativa deve orientarsi principalmente su un’educazione all’assertività intesa come la capacità di manifestare il proprio punto di vista senza ledere i diritti dell’altro. Bisogna anzitutto chiarire che l’aggressività non è necessariamente vincolata alla violenza, consiste piuttosto in un impulso di combattività, di affermazione di sé. L’ambiente in genere reagisce al comportamento aggressivo con la punizione e ciò viene vissuto dall’interessato come ulteriore minaccia e non porta ad una riduzione della rabbia ma a nuovi comportamenti aggressivi. Tutte le ricerche infatti dimostrano che le persone dotate di un sano senso di autostima hanno di rado problemi con l’aggressività poiché sono cresciute in un ambiente familiare nel quale le emozioni hanno avuto modo di essere esternate ed elaborate. L’aggressività è una reazione sociale che origina nel nostro cervello in reazione a quanto accade o non accade all’interno delle nostre relazioni. Essendo generata nel nostro corpo rientra nella nostra responsabilità così come tutte le nostre emozioni psichiche e per questa ragione l’educazione alla gestione della frustrazione e della rabbia è fondamentale.

 

Carmen 

PsicoClick


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